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sabato 4 luglio 2015

Estate inTErMEzzo tra Parole Suoni Movimenti



Tanti studi su come la Musica il Movimento il Linguaggio  possano interagire a favore di una crescita armonica del bambino sono noti ai più.
Oggigiorno è molto chiaro che il processo d'apprendimento in un bambino non possa prescindere da un approccio multisensoriale. 
Volete che i vostri bambini facciano un'esperienza di apprendimento di questo tipo tra Parole Suoni Movimenti?
Vi aspettiamo il mercoledì dalle 9.30 alle 12.30.
Contattateci!

domenica 26 aprile 2015

sabato 25 aprile 2015

L'isola di Peter Pan


Martedì 21 Aprile fine dell'avventura con Peter Pan









I nostri piccoli intrepidi non volevano lasciare l'isola. 
Dopo aver scelto il personggio preferito, accompagnati dai suoni della natura, abbiamo dato il via all'energia del suono.










                               
      
     





Grazie bambini per questa avventura speciale!


Una promessa dolcissima ..... Ci rivedremo

venerdì 20 marzo 2015

I diversi livelli della relazione uomo-suono secondo alcune teorie





Se la musica è per gli esseri umani esperienza di comunicazione/relazione addirittura ancor prima di venire al mondo, si può anche pensare ai suoni come trasmettitori di informazioni. A ben riflettere, queste informazioni, pur essendo di natura essenzialmente acustica, rimandano a noi tutti, la sensazione di poter rintracciarvi emozioni, pensieri, movimenti…
Alcuni studiosi nel soffermarsi a riflettere sul “senso” della musica esprimono alcune considerazioni molto interessanti e ricche di spunti di riflessione.
 “Le emozioni e le fantasie innescate da una musica stanno strette nel significato delle parole, come in una traduzione infelice…La musica non significa nulla in senso linguistico. Produce pensiero e muove affetti per vie non discorsive. Il fatto che…quella musica abbia senso per me non sta nel registro linguistico, ma forse in qualche intavolatura interiore che non è pertinente alle parole, ma agli affetti”[1].

Queste parole di D. Gaita, rispetto a cosa realmente il suono e/o la musica rimandino al nostro sentire più intimo, sono illuminanti per tentare di andare un po’ oltre la superficie, senza avere, però, la pretesa di poter veramente “possedere” l’evento sonoro-musicale.

La musica è portatrice di senso e non di significato.
Andando in questa direzione non si può non tenere conto della ricerca sul fonosimbolismo fatta da Dogana, il quale analizza il rapporto tra il linguaggio verbale e le qualità espressive legate alla materia sonora di cui è fatto, arrivando a descrivere alcune funzioni generali, utili alla comprensione dei meccanismi di trasmissione del senso, attraverso l’impiego del suono.  Lo studioso privilegia la ricchezza espressiva della lingua, che, secondo il suo punto di vista, ha uno stretto legame con le forme prelinguistiche.  In pratica, il linguaggio possiede qualità espressive che vengono percepite a livello emotivo-affettivo.
Ad esempio, le qualità acustiche e articolatorie di vocali e consonanti evocano associazioni, significati di un certo  tipo:
le vocali i, e   evocano     piccolo, fine, leggero, sottile
le vocali a, o,  u     evocano    grosso, pesante, grande, arrotondato
Le consonanti hanno valenze espressive in relazione alle percezioni tattili:
c  g   s    l   f   v    s    rimandano a  molle, liscio, soffice, flaccido...
r   rimanda a  ruvido,  p   t   g   d    a   duro,  m    d    t   r    a    mastodontico
Si possono, così, distinguere tre categorie di massima a cui ricondurre i fenomeni fonosimbolici:
·         il simbolismo ecoico relativamente ai casi di riproduzione imitativa
·         il simbolismo sinestesico relativamente ai casi in cui l’elemento sonoro evoca
      esperienze che richiamano altre dimensioni sensoriali (piccolo/grosso…)      
·         il simbolismo fisiognomico relativo ai casi di pertinenza psicologica

 Anche la descrizione che M. Imberty fa degli “schemi di rappresentazione” è utile per comprendere il “senso” del suono.
Relativamente al primo schema, quello di tensione e di distensione cinetica e posturale, Imberty, che, tra l’altro, evidenzia uno stretto rapporto  tra movimenti ed atteggiamenti emozionali, sostiene che le tensioni e distensioni si manifestano sul piano musicale con tempi lenti ad elevato dinamismo nei casi di tensione, con tempi sempre lenti ad un dinamismo interno minore nei casi di distensione.
Relativamente allo schema di risonanza emotiva si sofferma sul rapporto tra l’organizzazione formale della musica e l’integrazione psichica dell’individuo, per cui ad una complessità formale elevata corrisponde generalmente una reazione di angoscia e di aggressività o di malinconia e di depressione, mentre a fronte di una complessità formale contenuta prevalgono risposte d’euforia e di serenità.
Infine, riguardo allo schema di spazialità, pone attenzione alle rappresentazioni cinetiche ed iconiche. Queste ultime sono legate alla predominanza di immagini, che in realtà coincidono con la trasposizione visiva di forme sonore (vedi l’immagine dell’acqua derivante dall’ascolto di alcune composizioni impressioniste).
Nelle rappresentazioni cinetiche emergono movimenti, stati emozionali associati ai movimenti o determinati dai movimenti stessi. Anche qui ha luogo la trasposizione visiva delle forme sonore con una forte componente ritmica in genere.
Entrambe le analisi, secondo Postacchini e gli altri, trattano il problema del “senso” in musica con un punto di contatto rilevante: l’ancoraggio corporeo.
“Risulta evidente come ogni tentativo di analizzare e descrivere il senso dei suoni debba far riferimento all’organismo e alle sue modalità di funzionamento in maniera prioritaria”[2].
Quanto esposto come può rapportarsi al processo musicoterapico?
Gli autori poc’anzi citati hanno riformulato, ai fini musicoterapici, i concetti di Dogana e Imberty nel modo seguente:
a) schema di rappresentazione psicomotoria:  quell’area dell’espressività sonora che è in relazione con gli stati di tensione e di distensione sia posturali che emozionali;
b) schema di rappresentazione sinestesica: quell’area dell’espressività sonora strettamente connessa alla relazione esistente tra suoni e sensazioni, quell’area che nella teoria di Dogana costituiva il fonosimbolismo sinestesico e della quale si poteva considerare elemento integrante il discorso sullo schema di rappresentazione spaziale fatto da Imberty, dato che gli elementi iconici e cinetici di cui parlava derivano direttamente da trasposizioni visive della gestualità musicale degli andamenti ritmici;
c) schema di rappresentazione fisiognomica: quell’area dell’espressività sonora che riguarda le qualità morali, i contenuti psicologici, gli atti mentali superiori, la struttura psichica dell’individuo, insomma ciò che costituiva il fonosimbolismo fisiognomico di Dogana e lo schema di rappresentazione emotiva di Imberty.
Proseguendo nelle proprie ipotesi interpretative, gli autori formulano un’analogia tra l’essere umano e il suono, in quanto entrambi sostanzialmente composti di tre elementi: movimento, sensorialità ed atti mentali. Esisterebbe tra loro un rapporto di reciprocità nel senso che se si può cogliere nel suono il movimento, la sensorialità, il pensiero che l’hanno creato, è altrettanto possibile che un suono provochi negli esseri umani movimenti, sensazioni, emozioni, pensieri. Quest’ipotesi molto suggestiva ci proietta in un gioco di rimandi tra l’uomo e il suono, rimandi che si intrecciano fino a determinare per ciascun essere umano un’impronta digitale sonora in cui convivono  dati biologici, psicologici, culturali e antropologici. Si tratta di una dimensione che può essere assimilata a quella che Winnicott definisce “area transizionale”, un ponte tra interno ed esterno, una zona intermedia che non appartiene né alla realtà esterna né alla realtà interna, una zona franca, neutra, libera da invasioni o da aggressioni.
La musica, intesa in senso molto ampio, secondo questa prospettiva, potrebbe assumere i contorni di “oggetto transizionale” (per Winnicott si tratta di un oggetto materiale e reale come un pezzo di stoffa o un orsacchiotto di peluche, che per esempio il bambino tiene con sé al momento di addormentarsi), che nell’esperienza musicoterapica andrebbe a rappresentare gli scambi sonoro-musicali che si sviluppano in una comunicazione condivisa.




[1] D.Gaita,  Il pensiero del cuore,  Bompiani,  Milano, 1991.
[2]Postacchini, Ricciotti,Borghesi,  Musicoterapia,  Carocci, Roma,1997.

venerdì 6 marzo 2015

SABATO 21 MARZO ORE 17.00

Per i più piccoli il  laboratorio "Sulle orme di Peter Pan"
nei locali di inTErMEzzo
info e prenotazioni 3477892002  intermezzocoop@gmail.com




venerdì 13 febbraio 2015

Laboratorio di gruppo Adulti




 Sono corpo, sono mente, sono spirito, sono cuore, sono respiro...sono ....sono...sono...


 


Sono tante cose insieme e nessuna è eliminabile.
Ma come trovare l'unità tra le parti che dicono di me chi sono?
Come mi vedo?
Come mi sento?
Come mi percepisco?
Ci sono tanti possibili percorsi personali e di gruppo.







Il laboratorio si rivolge a persone alla ricerca di … se stesse… per ri-trovarsi… anche insieme agli altri.
Si tratta di un  percorso di autoconsapevolezza, attraverso modalità di comunicazione non verbale all’interno del gruppo, accogliendosi reciprocamente.

Durante gli incontri affronteremo il tema della comunicazione che aiuta a costruire relazioni.

Come comunicare se non ascoltando? E cosa ascoltiamo? Come?

Attraverso giochi, improvvisazioni corporeo-sonoro-strumentali e “ascolti” si farà un viaggio per ri-scoprire il contatto con il proprio sé e la possibilità di entrare in relazione con il mondo.

La nostra proposta si articola in quattro incontri a  partire da Giovedì 5 marzo ore 18.30/20.00.
Il laboratorio può essere utile a tutti coloro che sono impegnati in contesti  in cui la Persona è al centro delle attività. Avere consapevolezza del proprio "essere/esistere" favorisce e potenzia la capacità di ascolto necessaria nelle relezioni d'aiuto di qualsiasi tipo.
Destinatari privilegiati sono insegnanti, educatori, operatori socio-sanitari e chi, comunque, opera in ambiti in cui la Relazione è centrale.  
Le modalità di partecipazione al laboratorio sono indicate nella scheda di iscrizione.
Per info contattare il 3407440068 oppure scrivere a intermezzocoop@gmail.com.


mercoledì 4 febbraio 2015

Alle origini dell'esperienza sonoro-musicale



Cos’è che guida chi suona a prendere una strada piuttosto che un’altra? Perché suonare? Per il proprio piacere? Perché suonare abitua alla disciplina o, meglio, sviluppa alcune capacità che rendono più “intelligenti”? Quando è bene iniziare a suonare? A questo proposito la Music Learning Theory (MLT) di Edwin E. Gordon, autore di numerose ricerche sull’attitudine musicale, può essere illuminante. Il ricercatore statunitense ha elaborato una teoria secondo la quale è possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle capacità di percezione e di riproduzione dei suoni proprio nel periodo della loro massima espansione che va dalla gestazione ai sei anni circa d’ età.
Ormai sono diversi gli studiosi che analizzano l’esperienza sonoro/musicale che si fa prima ancora di nascere. È a conoscenza di tutti che nella vita intrauterina il feto percepisce i suoni, sia quelli provenienti dall’ esterno, sia quelli provenienti dall’ interno, prodotti dai suoi stessi movimenti e dalla vita neurovegetativa della madre. Tramite il suono, dunque, il feto inizia a conoscere il mondo e ne ha un ricordo tanto che, da neonato, preferisce i suoni che ha già sperimentato durante la vita intrauterina, come il battito cardiaco, le storie, le canzoni e le ninne nanne cantate dalla madre in gravidanza. 
È stato anche dimostrato che musiche fatte ascoltare ripetutamente al feto venivano poi riconosciute dal neonato che dava segni di gioia nel riascoltarle.
Questi dati confermano, quindi, che il primo sviluppo del sistema nervoso avviene già nelle prime settimane di gravidanza, che gli stimoli già allora vengono trasmessi al cervello, percepiti e depositati nella memoria e che quindi il feto può memorizzare ed apprendere.
A proposito dell’importanza dell’esperienza sonora fetale per lo sviluppo cognitivo e musicale del neonato, uno studio condotto da D.J. Shether ha fornito risultati interessanti. Bambini tra i due e i cinque anni, esposti nella vita prenatale ad una certa stimolazione musicale, sono in grado di fare discorsi organizzati e articolati, sanno memorizzare canzoni lunghe e cantano in modo espressivo. Altri bambini identificano i suoni e li ripetono in modo creativo, altri ancora desiderano improvvisare canzoni proprie; molti cantano a memoria un buon numero di canti, alcuni ricordano i nomi degli strumenti e li suonano correttamente anche se li vedono a distanza di due-tre mesi, altri ancora spesso suonano cantando. La musica prenatale, quindi, stimola fortemente il loro sviluppo sia musicale che cognitivo.
 Interessante è la posizione di A. Tomatis, il quale sostiene che “… con la nascita si assiste ad un vero parto sonico.”[1]   L’embrione, già dal secondo mese di vita, è in grado di conservare traccia delle informazioni a livello dei nuclei vestibolo-cocleari, per cui si avrebbe così la formazione di una funzione mnemonica, che sarebbe potenziata a livello di sistema nervoso contemporaneamente alla sua evoluzione, più tardiva rispetto a quella dell’organo uditivo. Secondo Tomatis, perciò, durante la vita intrauterina si instaura la più importante forma di contatto tra madre e nascituro : “Una volta offerto l’utero come nido, la madre nutre il feto in ogni maniera possibile. Soprattutto lo nutre di suoni. Si rivela al feto attraverso tutti i rumori organici, viscerali e specialmente mediante la sua voce. Il bambino è immerso in quest’ ambiente sonoro. Dalla voce materna ricava tutta la sua sostanza affettiva.”[2] Considerando le cose in quest’ ottica è chiaro che il bambino, quando nasce, ha già sviluppato una discreta capacità percettiva a livello uditivo, cosa che gli consente di vivere l’esperienza sonora del mondo in cui viene alla luce come qualcosa di conosciuto.
Infatti la vita intrauterina favorisce una prima dimensione relazionale del feto con il mondo esterno grazie all’ utero che rappresenta non solo la possibilità di nutrire, ma anche di veicolare la comunicazione sonora e tattile. Sempre secondo Tomatis l’udito è l’organo di senso più importante nel fornire energia neuronale al cervello, che così può svolgere al meglio le proprie funzioni.
Assodato perciò che esiste un’esperienza uditiva prenatale significativa, quale peso questa esperienza può avere nel motivare l’uomo ad accostarsi alla musica? Perché spesso sentiamo dire che la musica per noi esseri umani è un fatto “naturale”? La ricerca pedagogica e psicologica ha visto nella musica, d’ altronde, un potenziale per lo sviluppo della persona. Gli studi fatti in questa direzione chiariscono che nel bimbo molto piccolo rimangono le tracce dell’esperienza uditiva prenatale le quali influiscono sulla qualità del rapporto con l’ambiente circostante in cui fa da mediatrice la madre. Si può, abbastanza fondatamente, parlare di “esperienza sonora” nel periodo prenatale, per cui è lecito supporre che il rapporto uomo-musica sia molto stretto e forte sin dall’inizio.
Come si struttura, quindi, questo rapporto con l’universo sonoro, una volta che veniamo al mondo? Quale influenza può avere l’esperienza sonora prenatale sulla vita dopo la nascita?


   


[1] A. Tomatis (1995),  Ascoltare l’universo,   Tr. it.  Baldini & Castoldi,  Milano 1998.
[2] A. Tomatis (1977),  L orecchio e la vita,  Tr. it. Baldini & Castoldi,  Milano 1998.